Read La baracca dei tristi piaceri by Helga Schneider Online

la-baracca-dei-tristi-piaceri

"Stava lì, l'aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l'uniforme impeccabile... Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: «Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d'ora in poi farai la puttana per cani e porci»."Così racconta l'anziana Frau Kiesel all'ambiziosa scrittrice Sveva, dando voce a un"Stava lì, l'aguzzina delle SS, capelli biondi e curati, il rossetto sulla bocca dura, l'uniforme impeccabile... Stava lì e pronunciò con sordida cattiveria: «Ho letto sulla tua scheda che eri la puttana di un ebreo. È meglio che ti rassegni: d'ora in poi farai la puttana per cani e porci»."Così racconta l'anziana Frau Kiesel all'ambiziosa scrittrice Sveva, dando voce a un dramma lungamente taciuto: quello delle prigioniere dei lager nazisti selezionate per i bordelli costruiti all'interno stesso dei campi di concentramento, con l'ipocrita e falsa giustificazione di voler limitare l'omosessualità tra i deportati. Donne i cui corpi venivano esposti ai sadici abusi delle SS e dei prigionieri maschi – spesso veri e propri relitti umani – che malgrado tutto preferivano rinunciare a un pezzo di pane per scambiarlo con pochi minuti di sesso. Donne che alla fine della guerra, schiacciate dall'umiliazione e dalla solitudine, invece di denunciare quella tragedia fecero di tutto per nasconderla e seppellirla dentro di sé.In questo nuovo capitolo della memoria storica personale e collettiva, Helga Schneider continua a dare testimonianza di ciò che è accaduto perché non si ripeta mai più, e a rendere un coraggioso omaggio alle donne che in tutti i tempi e in tutti i luoghi subiscono la violenza degli uomini, delle leggi, della Storia....

Title : La baracca dei tristi piaceri
Author :
Rating :
ISBN : 9788862560702
Format Type : Paperback
Number of Pages : 216 Pages
Status : Available For Download
Last checked : 21 Minutes ago!

La baracca dei tristi piaceri Reviews

  • Moloch
    2018-10-30 16:36

    Ho scoperto Helga Schneider, scrittrice di origini tedesche ma ormai italiana d’adozione, nel 2001, da una nota sul Corriere della Sera sul suo libro forse più famoso, Lasciami andare, madre (Adelphi). La sua storia personale è tragica: quando Helga e suo fratello erano ancora bambini, nella Germania hitleriana, vennero abbandonati dalla madre, fanatica nazista, che divenne guardiana nel campo di concentramento di Ravensbrück. I due piccoli, affidati a una zia, si trovavano a Berlino negli ultimi tragici giorni della guerra, e furono persino portati nel bunker sotterraneo dove Hitler si era rifugiato. La Schneider rivide la madre solo nel 1998, e quell’incontro è appunto al centro di Lasciami andare, madre: a distanza di cinquant’anni, la figlia ritrova una vecchia che non ha rinnegato nulla della sua antica fede, che ancora è orgogliosadel suo lavoro di aguzzina, ancora sprizza odio e cieca obbedienza da tutti i pori, e che pure, incredibilmente, si ostina a cercare un riavvicinamento con la bambina che ha abbandonato senza rimpianti e che ora la guarda con orrore.Insomma, la signora Schneider sicuramente la follia nazista la conosce bene, nulla da dire: da un po’ di tempo però ho l’impressione che come scrittrice sia sopravvalutata, che le tematiche che affronta (ovviamente, data la sua biografia, scrive per lo più, anzi quasi esclusivamente, sul nazismo e la guerra, spesso rivolgendosi anche a un pubblico di ragazzi), per quanto sicuramente educative e importanti, non riescano del tutto a mascherare le carenze della scrittura. E infatti questo suo libro, che uscì nel 2009, l’ho preso esclusivamente per l’argomento trattato, ben sapendo che molto probabilmente sarebbe stato quello il suo unico motivo di pregio.L’esistenza dei bordelli nei campi di concentramento nazisti è stata a lungo un argomento tabù: comprensibilissime la reticenza e la poca disponibilità a parlare delle ex prigioniere costrette a prostituirsi, e altri motivi hanno fatto sì che fosse un tema poco studiato (la Schneider cita anche il timore di dare un assist ai negazionisti, che potrebbero sfruttare la presenza dei bordelli per sostenere che in fondo le condizioni di vita nei lager non erano poi così malvage). Nel 1943 il capo delle SS Himmler ritenne che, poiché i prigionieri costituivano gran parte della forza lavoro del Reich nel bel mezzo dello sforzo bellico, fosse di pubblico interesse assicurarne il “benessere” psico-fisico e una regolare attività sessuale, da cui l’istituzione dei bordelli, nei quali furono chiamate a lavorare, spesso con l’ingannevole miraggio di una più pronta liberazione, le prigioniere del lager femminile di Ravensbrück. La frequentazione dei bordelli era vietata a ebrei, Sinti, Rom e sovietici e, almeno inizialmente, anche alle SS. La baracca dei tristi piaceri segue la testimonianza di un’anziana donna berlinese di nome Herta Kiesel (sicuramente un nome di fantasia), arrestata nel 1943 perché fidanzata con un giovane di origini ebraiche. Rinchiusa nell’inferno di Ravensbrück, quando le viene proposto di lavorare con altre compagne nel bordello di Buchenwald, con la promessa che di lì a sei mesi sarebbe stata liberata (promessa che poi naturalmente si rivelerà del tutto falsa), si aggrappa a quella speranza e accetta senza neanche pensarci. Nel Sonderbau (“edificio speciale”) di Buchenwald trova in effetti migliori condizioni materiali di vita, ma a prezzo di uno sfruttamento e un degradamento ancora più schifoso, a opera prima di tutto delle spregevoli guardiane delle SS, e sfortunatamente anche degli stessi “clienti” prigionieri, poiché in un ambiente simile, purtroppo, neanche fra gli oppressi riesce a nascere un po’ di solidarietà. Herta e le altre prostitute forzate del Sonderbau sarebbero state usate anche per verificare l’efficacia della “cura dell’omosessualità” che uno dei medici nazisti del lager, Carl Vaernet, stava sperimentando sulle sue cavie umane. I traumi e le ferite di quegli anni terribili continueranno anche dopo la liberazione a tormentare Herta, che durante la prigionia è diventata dipendente dall’alcol, che solo con estrema fatica sarebbe ritornata ad avere una normale vita di affetti, senza peraltro avere mai il coraggio di raccontare la sua storia.Questa, in definitiva, la vicenda che ha fornito alla Schneider l’ispirazione per il suo libro (o le vicende, se sono state messe insieme esperienze di più di una persona per creare una storia “esemplare”): come si vede, un tema di estremo interesse, quasi inedito, doloroso ma da conoscere. Peccato che il risultato non sia all’altezza.Ci troviamo di fronte a un “romanzo”, e io lo giudico (anche) in base a questo assunto. C’è una cornice un po’ “tirata via”, che non è il massimo dell’originalità e dell’inventiva: a Berlino, una scrittrice incontra un’anziana donna (Herta) che ha vissuto sulla sua pelle l’orrore del bordello dei lager e che, in un lungo racconto, espone la sua storia. Il nucleo centrale è inframmezzato da lungaggini per lo più inutili (aveva uno scopo la presenza dell’amico della scrittrice, Marco, o era lì solo per metterci – gasp! – una storia d’amore omosessuale?) e appesantito da una marea di dettagli altrettanto superflui (la descrizione dell’appartamento di Frau Kiesel, e che importa sapere che Sveva preferisce lo zucchero e non la panna nel caffè? Certe volte si ha l’impressione, ma non solo in questo libro, che un po’ di righe di testo vengano inserite “per far numero”); lo stile è piattissimo, o peggio fa sfoggio di frasi abusate e retoriche (penso soprattutto alle descrizioni fisiche, con un fiorire di “rughe” sul volto ed espressioni degli occhi che rivelerebbero al primo colpo tutto della personalità di un individuo), e i “personaggi” sono poco più che dispensatori o ricevitori di infodump; qua e là, per fornire un po’ d’ambientazione, è inserito qualche brano che sembra tratto da una guida di Berlino, e in aggiunta ci sono incastrate altri episodi minori, che forse l’autrice ha raccolto in interviste, che però si armonizzano male col resto, come se si fosse voluto metterli a forza per utilizzarli in qualche modo (ad es. il siparietto, inutile anche questo, dell’anziana coppia tornata a Berlino dopo aver vissuto per decenni in America).Quando il libro, consciamente o meno, “rinuncia” alla pretesa di essere un romanzo, allora diventa più scorrevole, più riuscito: parlo dei brani messi in bocca al personaggio di Frau Kiesel che probabilmente sono trascrizioni fedeli di interviste fatte dalla Schneider, o di pezzi dal carattere apertamente saggistico. Senza più inutili (e malriusciti) distrazioni o orpelli, la semplice forza della tematica e delle testimonianze si impone.Mi domando perché debba essere sembrato così inconcepibile all’autrice scrivere un bel saggio sull’argomento, documentato e appassionato, o un libro-intervista, invece che tentare di “costruirci su” un romanzo. La piattezza dell’insieme rischia persino (e mi vergogno a dire una cosa simile, vista la tragicità dell’argomento, ma è questo l’effetto che la lettura mi ha provocato) di “banalizzare” le vicende narrate, che risultano annacquate, quasi costruite (e, ripeto, quasi sicuramente non è affatto questo il caso). Paradossalmente, l’espediente di trattare l’argomento in forma narrativa avrebbe dovuto renderlo più coinvolgente ed emozionante, e invece, poiché è realizzato in modo non soddisfacente, risulta persino controproducente.2,5/5http://moloch981.wordpress.com/2014/0...

  • Patryx
    2018-11-12 15:22

    Un libro interessante che mette l'accento su alcuni aspetti meno noti del nazismo e della vita nei campi di concentramento. Non mi è piaciuta molto la struttura del libro: un'intervista a una vittima dei lager che si interseca con altre vicende e altre questioni (l'omosessualità e la sua accettazione sociale sia adesso sia durante il nazismo.)

  • Donatella
    2018-11-13 11:27

    Ci sono alcune cose che non mi hanno convinto in questo libro. La trama è notevole e "forte", ma lo stile dell'autrice mi è parso troppo leggero, soprattutto all'inizio perso in strade del tutto marginali narrando piccolezze e particolari che, ben lungi dal fare da cornice (chissà se questo era il suo intnto), di fatto distraggono il lettore - e me nella fattispecie - dalla drammaticità del racconto di Frau Kiesel. Caratterizzazione dei personaggi molto scarsa, la giornalista Sveva che reagisce alla John Wayne (espressione senza cappello e con cappello) in modo stereotipo a qualunque tipo di sollecitazione esterna.Non mi è piaciuto, se non fosse che la storia merita veramente - e ti ci fa incazzare questo, perché una trama avvincente, intensa, dura come una scarica di cazzotti nello stomaco, è stata sprecata con uno stile superficiale e piatto - avrei volentiero dato il minimo.

  • G.Claudio
    2018-10-19 13:23

    ... ma lo fa male. Non ci siamo... Se prendessimo questo libro come saggio storico dovremmo bocciarlo per lo scarso approfondimento della tematica affrontata. Ma non � un saggio storico... � un romanzo. E tuttavia anche in questo caso il verdetto non � pi� felice... Romanzo che dice poco, storia che di fatto non � altro che un pretesto per presentarci il toccante racconto della sopravvissuta al campo di concentramento, e che � il cuore del libro... sicuramente la parte pi� interessante. Tutto il resto, tutto ci� che separa queste parti tra di loro, � piatto, inutile, noioso.... tanto che lo si legge per inerzia, nell'attesa di tornare ad affrontare i capitoli pi� seri. Ripeto, l'autrice ha avuto il grosso merito di affrontare un tema poco (e nulla) conosciuto e che merita approfondimento. Ma lo fa in maniera poco approfondita con un romanzo che, escluso il racconto di Frau Kiesel, ha davvero poco da dare... Peccato... peccato davvero...

  • Margherita Dolcevita
    2018-10-27 17:19

    E' un bel pugno nello stomaco questo nuovo romanzo della Schneider che tratta due temi tutto sommato marginali rispetto ai soliti quando si parla di nazismo e di campi di concentramento: i bordelli all'interno dei campi di prigionia e il trattamento riservato agli omosessuali. E' difficile rimanere indifferenti, può capitare di doverlo chiudere un attimo per metabolizzare quanto atroci fossero gli avvenimenti, ma tranquilli, è normale, significa che certe tragedie non smettono mai di turbarci e questo è solo un bene. La scrittura è semplice, lineare, scarna, efficace.

  • Balente1978
    2018-10-21 16:37

    La critica che si muove più spesso ad Helga Schneider riguarda i tanti svolazzi laterali presenti nei suoi scritti. E ci si dimentica che questa donna ha vissuto in nazifascismo sulla sua pelle. E, soprattutto, che ha deciso di scriverne romanzi, non autobiografie. Lo stile può piacere o meno, ma sostenere che usi la Memoria per raccontare la sua storia in modo inverosimile mi pare inaccettabile. “La baracca dei tristi piaceri” racconta di un argomento che, spesso, viene ritenuto marginale quando si tratta il tema dei campi di concentramento nazisti. Nel 1943 Himmler prese la fulminante decisione di far allestire dei bordelli nei più grandi campi di concentramento. Quello di Buchenwald fu chiamato ipocritamente Sonderbau, ‘edificio speciale’. La sua costruzione schizzò in cima alle priorità del campo a scapito dell’allargamento del Revier, l’infermeria. Le donne destinate al bordello furono per la maggior parte reclutate nel lager femminile di Ravensbrück, dove si sceglievano le prigioniere più giovani e quelle ancora sufficientemente presentabili, nei limiti del possibile. Appena terminato, il Sonderbau ottenne un immediato successo e i prigionieri-clienti accorsero numerosi. In un primo tempo la frequentazione dei bordelli nei lager era vietata alle SS, agli ebrei, ai Sinti e Rom e ai prigionieri sovietici; per gli altri vigevano regole di ferro. Prima di presentarsi i candidati dovevano passare in infermeria per fare una doccia e sottoporsi a una visita di controllo. Che, naturalmente, visto il frettoloso esame, spesso non era in grado di rilevare malattie veneree in corso. L’inizio e la spina centrale del romanzo non mi hanno entusiasmata. Storia un po’ ritrita: una giornalista che si lancia nella scrittura di romanzi. Dopo il primo successo è in crisi nera perché ha una sorta di “panico da foglio bianco”. Durante una sua puntata lavorativa a Berlino conosce una donna, decisamente eccentrica, che dopo vari tentennamenti decide di raccontarle la sua storia. Frau Kiesel è un’anziana vedova, che racchiude nella sua vita degli anni realmente terrificanti. Il primo grande amore della sua vita, Uwe, proveniva da un’ottima famiglia. Dove la madre era cattolica ed il padre mezzo ebreo, non praticante e non appartenente alla comunità ebraica. I genitori di Helga appena seppero del ragazzo la ripudiarono, cacciandola di casa con tutto l’ottuso odio dei filonazisti dell’epoca. Venne accolta dalla famiglia del fidanzato, che godeva ancora di qualche privilegio. Ma i vantaggi e le leggi in quel periodo cambiavano anche nel giro di poche ore: vennero tutti arrestati. Helga compresa: nonostante fosse tedesca, venne considerata una “Judenhure”, una puttana ebrea. Del fidanzato non seppe più nulla, mentre per lei si spalancarono le porte del campo di concentramento. E qui la decisione più importante della sua vita: prostituirsi ed avere condizioni di vita umane, piuttosto che vivere pressata in baracche luride e maleodoranti insieme a decide di altri corpi ormai alla soglia della follia. Oltre al tema della prostituzione, l’autrice ne incorpora un altro. Altrettanto grave. L’idea che ha portato Himmler ad istituire i bordelli nei campi di concentramento non fu dettata tanto dal consentire uno svago ai prigionieri, ma ad arginare l’omosessualità dilagante tra i prigionieri. E le due realtà si compenetrano quando Un giorno dell’estate del 1944 arrivò a Buchenwald un medico, psichiatra e sedicente ricercatore, un maledetto danese, che su ordine di Himmler avrebbe compiuto un certo esperimento su cavie scelte al campo. Questo pazzo era convinto di poter guarire l’omosessualità. Dico ‘guarire’ perché la considerava una malattia. E la prova del nove per decretare la guarigione del “paziente” era, appunto, l’incontro con una prostituta. Come si vede i temi scelti sono densi, importanti e da maneggiare con estrema cura. Purtroppo in questo romanzo ho trovato un po’ troppi svolazzi laterali ed eccessive fioriture che hanno appesantito lo scorrere delle pagine. Tuttavia, è una lettura che consiglio per due motivi. Non scade mai nel volgare e nel torbido più becero. Non è eccessivamente lungo: oltre ad avere la possibilità di finirlo agevolmente ha il pregio di non descrivere i due punti cardine in modo minuzioso. Questo permette, a chi fosse interessato, di approfondirli in modo più tecnico ricollegandosi a varie fonti storiche.

  • Maria Beltrami
    2018-11-18 14:45

    La Schneider sceglie la tecnica del "making of" per questo libro apparentemente semplice ma in realtà crudo e durissimo su una delle realtà meno conosciute e più nascoste del nazismo, lo creazione dei bordelli di lager in cui le donne venivano costrette a prostituirsi a favore dei prigionieri privilegiati e delle SS, in una schiavitù sessuale che rese le donne stesse, per prime, disgustose a loro stesse.A corollario l'atteggiamento nazista nei confronti dell'omosessualità e la tragedia degli "esperimenti scientifici", tutte realtà da cui, ancora oggi, non si sono ancora prese a sufficienza le distanze, come è facile capire dalle dichiarazioni dagli atteggiamenti di tanti politici nostrani.

  • Mysticmoon
    2018-10-31 12:29

    Un pugno allo stomaco.Questa è l'espressione più adatta per descrivere la lettura di questo libro.Ho apprezzato molto questa testimonianza dura e terrificante, ma mai scabrosa, di come era la vita all'interno del bordello del campo di concentramento di Buchenwald, tuttavia il libro ha alcuni problemi, in particolare quella che sembra quasi leggerezza da parte di Sveva quando si tratta di farsi raccontare la storia della sua vita dalla signora Kiesel (view spoiler)[(capisco il fervore per aver trovato una buona storia ma un po' di delicatezza in più non sarebbe guastata visto l'argomento; in certi punti sembrava una bambina impaziente che pendeva dalle labbra della nonna per farsi raccontare una favola e si risentiva se non veniva accontentata) (hide spoiler)] ed il suo sembrare un ibrido tra un romanzo e la testimonianza di una sopravvissuta, (view spoiler)[problema che a mio parere viene acuito dall'inserimento contestualizzato con la parte finale della testimonianza di Herta ma un po' fuoriluogo della storia dell'amico di vecchia data che si scopre omosessuale ed innamorato di un ragazzo con la metà dei suoi anni, probabilmente un espediente narrativo per citare il fatto che una particolare normativa nazista che riguarda queste persone è sopravvissuta alla dittatura ed è rimasta in vigore fino alla metà degli anni'90 (hide spoiler)].

  • ChanelBooks
    2018-11-09 12:40

    Triste veramente.

  • The Book Eclectic
    2018-10-27 12:23

    A heart breaking book. I only wish she'd made it longer.

  • Davide Rizzo
    2018-11-07 19:23

    Una discesa nell'abisso!

  • Elisa Vangelisti
    2018-10-21 13:39

    ho finito l'estratto, ma non mi è piaciuto